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Recensione: Abarat, di Clive Barker

abaratCredo che, riguardo a questo libro, sia doveroso fare una premessa: Abarat è il primo di una pentalogia tuttora in corso. A quanto sono riuscita a scoprire tramite siti ufficiali dell’autore e informazioni della sua pagina sulla Wikipedia inglese, al momento ne sono stati pubblicati soltanto tre, e sembra che il quarto possa uscire nel corso del 2014. Questo per dirvi che se fate parte di quel gruppo di lettori che preferisce non cominciare una serie prima che sia stata terminata, allora forse Abarat non è la lettura più indicata per voi.
Io posso dirvi però che per me è stata una lettura bellissima, anche se faccio parte di quel gruppo di lettori.
La trama in realtà è piuttosto lineare: ci troviamo di fronte Candy, un’adolescente annoiata dalla vita nella città di Chickentown, dove, come dice il nome stesso, è l’allevamento dei polli a farla da padrone; lei invece desidera altro, aspira a qualcosa di diverso, si interessa a cosa più misteriose… anche nelle ricerche scolastiche. Ma ha a che fare con un’insegnante limitata come Miss Schwartz, che disprezza la sua ricerca a favore di quella, per di più copiata, su ciò che tiene in piedi la città, ossia i polli; e dopo un duro scontro con la professoressa, Candy si trova a passeggiare, passeggiare lontano, fino ad una prateria dove sorge un faro. E non solo: trova resti di un vecchio molo, conchiglie e tutto quello che normalmente si trova accanto al mare… nel bel mezzo del Minnesota. E lì fa il suo primo incontro con Dispitto e i suoi fratelli – che vivono sulle sue corna – e anche con Mendelson Shape, che li rincorre. Riceve il suo primo incarico, accendere la luce nel faro; e quando ci riesce, apre le porte del fantastico mondo di Abarat, dove dovrà affrontare numerose peripezie, viaggi, incontri con personaggi che la aiutano e con altri molto meno rispettabili, e, come dice l’autore stesso, lo stupore ebbe inizio.
In effetti potremmo ridurre la trama alle avventure di Candy in un mondo fantastico che non conosce, ma di cui in qualche modo fa parte, e alla sua lotta per proteggere questo nuovo mondo dalle forze oscure che vogliono dominarlo. Non è la trama, a mio avviso, il punto forte di questo romanzo, anche se l’ho comunque trovata ben congegnata, equilibrata e capace di stupire nel modo e al momento giusto; la sua vera forza è l’ambientazione.
Abarat ci parla di uno straordinario mondo magico, pieno di meraviglie, un arcipelago di venticinque isole che rappresentano ciascuna un’ora della giornata, più l’ultima, la Venticinquesima Ora, il Tempo Fuor dal Tempo. Insieme a Candy scopriamo le città, i personaggi, ciò che le isole rappresentano; cerchiamo di capire perché l’autore abbia scelto di utilizzare proprio quell’immaginario per convogliare, stando a quanto lui stesso scrive nel romanzo, ciò che una determinata ora rappresenta per le persone. Questa è la parte che mi è piaciuta di più: la scoperta di Abarat insieme a Candy, la scoperta dei personaggi, degli abitanti, ora curiosi come le gattemolli di Ninnyhammer o un po’ raccapriccianti come l’esercito di ricuciti instancabilmente creato da Mater Motley sull’isola della Mezzanotte. E la cosa più riuscita, secondo me, è che all’autore non servono lunghe descrizioni (ma io me le sarei divorate, se fossero durate pagine e pagine), né dialoghi forzati come a volte si trovano in altri romanzi di questo tipo, quel genere di dialoghi che servono solo a dire le cose al lettore, anche cacciandole a forza in dialoghi improponibili tra due personaggi. Il mondo di Abarat scorre tra un’avventura e l’altra, e sembra di svelarlo insieme a Candy, e quello che scopriamo immagino sia una milionesima parte dell’enorme lavoro che l’autore deve aver fatto per concepirlo. Giusto per farvi capire, in fondo al romanzo c’è un’appendice che ripropone l’Almanacco di Klepp, una pubblicazione di un personaggio che Candy incontra agli inizi del libro, e che racconta tutto di Abarat: leggende, personaggi, ambiente. E non è affatto una lettura fastidiosa o inutile, tutt’altro.
Ci sono svariati personaggi che io ho adorato in questo libro: a parte la protagonista, Candy, mi sono piaciuti un sacco i fratelli Dispitto (anche perché immaginarseli sulle corna di una testa è stranissimo), il gruppo a cui i fratelli si uniscono più avanti, e Malingo, che verso la fine viaggia con Candy. In ogni caso, ho trovato che quasi tutti avessero una buona caratterizzazione, soprattutto quelli che ricompaiono o che sono evidentemente destinati a ricomparire nei prossimi libri. In particolare mi sono piaciuti molto i capitoli dedicati a Christopher Carrion, il Sire della Mezzanotte, nonché l’aspetto fisico con cui è stato concepito: i suoi incubi sono fisici, reali, tanto che li deve nutrire!
In definitiva è stata un’ottima lettura, e l’unico difetto che penso abbia questo libro è che fa parte di una saga non ancora terminata, e io voglio sapere come finisce! Il che non è un difetto vero e proprio, lo so. Come dicevo all’inizio, se non amate le saghe non ancora terminate, forse dovreste evitare questa lettura, ma il mio modesto parere è che il tempo che ci metterete a leggerlo sarà assolutamente ben speso.

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